mercoledì 3 marzo 2010

ethan & joel coen - o brother, were art thou?

Oggi provo a cambiare punto di vista. E pensare cosa possa significare per una madre sentire la proprio figlia piangere a scadenza casuale dietro una porta chiusa senza sapere il perché. Oppure intuendolo, con quella capacità strana che si acquisisce in automatico, ma senza mai sentirselo dire. Provo a domandarmi quanto possa essere lungo per un padre un altro anno di non comunicazione. Poche frasi di servizio e ostilità incondizionata, che quello è l'unico tono che si conosce. Me lo chiedo. E mi chiedo anche se io me lo lascerei fare. Se non la aprirei quella porta. Se mi permetterei davvero di nascondermi nel distacco e nell'indifferenza.
Provo a vedermi da laggiù. Nell'immagine perfetta di chi mi guarda scivolare in elegante silenzio fuori dalla sua vita. Senza spiegazioni da dare né occhi da guardare. Senza alzare la voce, che non è bene. Senza perdere il controllo, che non è così che mi vogliono. Chissà quanto sono fantastica vista da lì. Così tanto che non riesco proprio ad immaginarmi. Sempre sorridente e brillante. Sai che palle: io resto qua.
Riguardo un film già visto ed è la prima volta. Con tutte quelle immagini e i discorsi che apprezzo solo ora. E quella musica così country o cotton fields che c'è stato un tempo in cui me lo cantavano di non portare via il sole. E ci si baciava sotto la pioggia per il gusto di ricordarsene ad ogni starnuto. Mi perdevo nelle mie immagini per poi risvegliarmi al suono delle discussioni che ci si tirava addosso rincorrendosi. E mi facevano ballare in metropolitana ma poi mi insegnavano ad aspettare troppo.
E' tutto ancora così pesante.
Mi dimentico la lezione: voglio vederti provare.
Ho detto il mio pensiero e ho contato fino a tre.
Se ti tappi le orecchie come fai a scoprire che magari la canto io la canzone di successo?

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