domenica 17 aprile 2016

arcaladanza | constelaciones | teatro sociale di como | 15.04.2016

Ho costruito il mio mondo, prima.
E poi ci ho messo dentro la mia casa.
L'ho fatto piano, l'ho fatto male, forse. Ma l'ho fatto come volevo io.
L'ho fatto che mi ci sento protetta, che ci vorrei portare te, che mi basta poco ma che ci sono delle cose che non devono mancare mai.
Ma l'ho fatto anche che a volte vorrei fuggire, che mi sembra di aver in qualche modo sbagliato, che mi viene da urlare e che, soprattutto, vorrei poter essere meno forte. Chiudere gli occhi, appoggiarmi a te e dirtelo. Invece di guardare la mia pancia sciogliersi. Colare tra le gambe e corrodere il mondo per tirarmi giù - ancora una volta. Mentre cerco parole stupide e in qualche modo mi ci aggrappo e resto dritta.
Ma che spreco. Davvero: che spreco.
Non ti preoccupare: non mordo. E non farò niente di inaspettato. A pensarci bene, potremmo pure continuare a vivere di finzione, il luogo ce lo consente - e io ho pure contornato di nero i miei occhi per contenere meglio tutto quello che hanno dentro.
Ma è la stessa settimana. È lo stesso posto. E ci sono successe dentro troppe cose.
Allora facciamo che mi tengo solo il ricordo più bello, di te che esci dalla sala e vieni proprio da me con quelle parole.
Così mi dimentico il resto.
Perché puoi farlo, puoi continuare a fare finta.
Ma per quanto tu possa indietreggiare.
Non mi sarai mai lontano abbastanza.

martedì 5 aprile 2016

gabriele mainetti | lo chiamavano jeeg robot

Compro orrore e indifferenza. Di prima qualità. Pago anche in contanti.
Cerco discorsi futili e disprezzo. Perché ne sono sprovvista. Falsità e opportunismo. Ne ho bisogno urgente.
In cambio svendo speranza e fiducia. Che tanto non servono a niente. Regalo cura, attenzione e amore. Non fanno altro che deludermi e io ne ho abbastanza.
Mi creo sorrisi, piuttosto, dalla bocca dagli occhi dal petto. Poco importa. Tanto non credo più che cambierà. Anzi, ne sono certa ormai.
Ci ho pensato e ho capito che siamo sempre sproporzionati, io e te. Perennemente sul punto di diventare eroi e con l'enorme terrore di farlo. Io sono partita, però. In qualche modo l'ho fatto, anche senza un costume a proteggermi l'identità. Tu socchiudi la soglia, invece. Ogni volta lo fai. Controlli la mia distanza e neppure ti rendi conto, di quanto vale la mia vita. Di quanto vale la mia vita con te.
Non ho niente da perdere, a dirtelo. Stai sicuro che lo farò. Ma non qui.
Solo che devi pensarci ora.
Perché quando il domani verrà.
Il tuo domani sarà.

venerdì 1 aprile 2016

mogwai | atomic

È che sto sbagliando. Lo sto facendo. Lo so.
Ma mi dicono che devo prepararmi a questa eventualità per portare avanti la mia personale ricerca della scelta giusta.
E quindi si sta.
A credere che sia ancora possibile - chissà perché. Mentre ho già chi me l'ha chiesto e non riesco a dire sì. Per il motivo che ti ho detto. Per la mia stupidità. O perché forse non lo voglio davvero.
Voglio questa musica, invece, che probabilmente è l'unica cosa buona che mi hai lasciato. Voglio tornare a casa e non avere nessun pensiero ad attendermi. Voglio che tu lo faccia - o almeno che ti domandi perché non lo fai. Voglio smetterla di crederci. Così tutto quello che accadrà, andrà bene.
Odio questo mondo, in cui non devi neppure prenderti la responsabilità di evitare il mio sguardo. Odio il fatto che le nostre conversazioni durano ore - a volte giorni - e che non importa il contenuto: l'importante è che comunichiamo. Odio che ti presenti all'improvviso e mi disordini una giornata di lavoro che credevo prefissata. Perché lo adoro. Perché c'è un'estetica nelle cose e ci terrei a mantenerla. E quando fai una cosa così, esplode. Ed è come se niente fosse stato.
In fondo conta solo il presente. Conta questo. E conta il fatto che comunque non mi hai dato una risposta.
Imparerò a credere ai tuoi silenzi. Sono i miei alleati migliori.
Imparerò per sconfiggere il drago che mi tiene lontano dal tesoro.
E che mi tiene lontano da me.