Noi che prendiamo i treni regionali. E ce li finiamo i libri che ci portiamo per il viaggio. Mentre siamo fermi in luoghi insospettabili e ci vediamo passare le frecce rosse dai finestrini. Troppo veloci per rendercene conto davvero.Noi che ci guardiamo sordi e ci si scarica la batteria dell'iPod. Forse lo teniamo troppo alto. Ma in qualche modo dobbiamo pur difenderci dagli altri. C'è troppa gente uguale. Persa nella massa indistinta. E poi ci sono quei cinque o sei troppo diversi. Che ti fanno sentire bene nei vestiti che hai addosso. O in quelli che stanno scomposti ai piedi del letto.
Noi che vogliamo prenderci il sole sulla pelle e ballare al ritmo di una musica strafottente. E vedere il mondo intorno farlo. Stappare una bottiglia e accendere una candela. Fingere che possa bastare un altro come noi per risolvere tutto. Ci accompagneremmo ai concerti, parleremmo delle stesse cose, non ci tradiremmo e non avremmo amici a cui dirlo.
Ma il mondo avrebbe davvero bisogno di più voci come questa? Di qualcuno che gli canti lo schifo camuffandolo da musica colta? Non dovrebbe prima trovare il tempo di fermarsi ad ascoltare? E danzare, soprattutto. Danzare.
Ma noi per primi siamo goffi. Non sappiamo come rispondere alle domande dei bambini e non riusciamo a parlare con i nostri padri. Abbiamo capito che le case cambiano ma le persone chissà.
Allora teniamoci gelosamente il nostro essere diversi. Continuiamo a credere in una rivoluzione mentre tutto continua ad essere uguale nel suo essere peggio. Ascoltiamocela noi la nostra musica. Noi che stiamo lontano per poi andarci a trovare e sentirci vicini.
Accontentiamoci di pensare che per ora c'è sempre un treno troppo lento che ci permette di farlo.
E di riconoscere che alla fine di uno come noi forse basto solo io.
E di riconoscere che alla fine di uno come noi forse basto solo io.
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