mercoledì 6 febbraio 2013

vasco brondi - andrea bruno | come le strisce che lasciano gli aerei

Quello che mi piace di più è sentire la pelle che avvolge i muscoli tesi.
L'idea di qualcosa di solido dentro che mi porta quassù e mi tiene ben dritta contro il vento. A sentirsi come le nuvole che si lasciano bucare dalle scie degli aerei.
A sentirci.
Che io e te lo sappiamo bene cosa contengono. Vapore, dolore, desideri, inutile ricerca di risposte in una geografia diversa e poi qualche vuoto d'aria, ovvio. Che in ogni caso ti riporta sempre qui.
Perché c'è tutto un mondo di amicizie virtuali che mi sfugge. Con delle logiche che non fanno per me e non ci provo neanche a capirle. Lì non ci vuole molto ad incontrarsi, contattarsi, mostrarsi o cancellarsi. Tutto è troppo rapido, semplificante e anche vagamente scintillante. Per me.
Io ho bisogno di sfiorarti per tre giorni - dentro e fuori, lo sai. Di varcare i cancelli delle carceri che non basteranno le vernici colorate a rendere più allegri. Di parlarsi e piacersi per una serata e poco più
[nei dialoghi bassi e superficiali come sono di solito i dialoghi tra quasi sconosciuti, e i loro pensieri che sono più articolati, che sono sproporzionati al modo in cui parlano tutti]
e poi via, nelle nostre vite. Che mi scappa da ridere per le domande che mi fai e io in realtà non me ne ero neanche accorta.
Perché ho come l'impressione di aver dimenticato qualcosa.
Ma forse ho semplicemente dimenticato qualcosa di brutto.

L'andarsene in generale, il cercare risposte geografiche, un desiderio in parte stupendo e in parte stupido che sembra sempre più globale e generale. Ogni giorno aumentano le partenze, gli spostamente, forse internet, forse i voli economici, forse tutto il resto. Cose che si risolvono con la geografia. La difficoltà di localizzare la propria esistenza, il costante pensiero di andarsene, l'ipotesi continua. Le soluzioni geografiche anche per i problemi esistenziali e per problemi primari. Immaginare quello che ci può essere altrove, cercare i posti in cui succedono le cose. Partire senza parole, solo con delle note musicali che escono dalla bocca, come un buon augurio

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