Julian Casablancas è il leader - pantaloni a sigaretta e suddetta in bocca - di quel gruppo di 5 ragazzotti dai capelli spettinati e dall'aria da indie-rocker troppo cool che sono gli Strokes. Quelli che se lo possono permettere di fare i fighi, perché sono loro che nel 2001 ci hanno regalato is this it, l'album che ha rimasticato la cultura rock di fine anni '60 e l'ha gettata in pasto a un mondo assetato di novità (o presunta tale), con tutta la sfacciataggine dei loro vent'anni. Quelli che ormai non ne possiamo più di rivederli storpiati in cloni insopportabili dai riff sempre uguali, che si perdono subito nella quantità e perdono per mancanza di originalità.Si fa partire il disco e ci sono subito tutte le caratteristiche di base del prodotto. Chitarre cavalcanti e malate. E l'immancabile voce roca e strascicata, insolente marchio di fabbrica di Julian, che o si urla con lui o non si sopporta, e si passa avanti.
Poi, per fortuna, c'è qualcosa in più. Un ritornello di pop accattivante. Sinth e tastierine che ti si conficcano nella testa e si intrecciano con ritmi inaspettatamente folk. E allora ti viene voglia di ballare e saltellare, anche se fuori la nebbia nasconde il mondo, o forse proprio per questo.
Le terre di mezzo sono bandite: si adora o si detesta.
Io non l'ho ancora capito che faccio. Ieri non lo reggevo del tutto. Stamattina è la seconda volta che lo ascolto. In perfetta armonia con il mio umore variabile. E con le altre cose che in questi giorni riesco ad amare e detestare nello stesso, divisibile secondo.
Ancora per oggi posso essere così: armoniosamente e radicalmente incoerente.
Dunque ora mi alzo e mi sfinisco la voce che canta urlando nella mia testa. Sapendo che non durerà e presto avrò bisogno del silenzio.
Ancora per oggi.
Poi prima o poi scelgo. Lo prometto.
"Oh, I've got music coming out of my hands and feet and kisses..."
- IIIth Dimension -
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