martedì 17 agosto 2010

philippe besson - e le altre sere verrai?

Prendi un quadro ed inventati una storia. Regala un passato ed un futuro ai personaggi. Dagli la vita che vuoi tu. Anche la più banale. Magari quella che stai vivendo. Ma fallo con una delicatezza rara che rende tutto universale. In cui ogni dolore si mischia a quello degli altri e scivola leggero sulle pagine, davanti alle quali si tace perché le lacrime scendono assai meglio nel silenzio. Quello che hai tu, e che hai lei per colmarlo. Quello che ho io, e che per riempirlo ho tutta me stessa. Adesso qualcuno mi spieghi chi è tra i due quello davvero più bravo a stare da solo.
Hai scoperto che si può giocare col cibo senza arrotolare la mollica in morbide palline di pane. E sarà anche vero che quando si dice ti amo a qualcuno in realtà gli si sta soltando chiedendo di essere amati. Io però mi sa che mi sarei accontentata semplicemente di essere ascoltata.
Per dare risposte bisogna quantomeno immaginare che le domande possano, un giorno, essere poste. Ed averci poi voglia di rispondere, smettendo di ingannare se stessi ed evitando le frasi vuote e banali per scappare dai vincoli.
Non lo sai che se ti ritrovi veramente libero, poi perdi la guida e nessuno ti protegge più? Non riesci a capire da dove viene il pericolo - da nessuna parte e dappertutto - e va a finire che non hai più qualcosa o qualcuno di cui fidarti.
La nostra età non ce la dà l'anagrafe, ma la nostra bellezza e la voglia del nuovo insieme. Così resto me e guardo i giorni passare, pensando che se le vite non si ricominciano ma si portano avanti, forse le persone non si perdono, probabilmente cambiano.
Così come siamo bravi noi a cambiarci i ricordi.
Una vacanza che ci si chiede se è ancora estate. Una macchina diversa ma la nostra stessa strada e i nostri immancabili dischi.
Con la consapevolezza che ci siamo noi e le nostre notti in cui possiamo veramente iniziare a vestirci di porpora.

Nessun commento:

Posta un commento