Che delusione sei stato. No davvero, che delusione.
Rispetto a te sento solo questo vuoto formato tridimensionale che non mi sembra neanche importante trovare altro da dire. Anzi, ti ho già dato troppe parole troppi pensieri troppi minuti a fondo perduto. Basta così, ok?
Per come sono venuta a saperlo, mi prendo la colpa. Ma per tutto il resto, sentimi bene: no. Perché dimmi quando, guardandomi, hai pensato che potevi fare così. Quando hai deciso che potevi fregarmi, insomma. Mentre io scrivevo i miei piccoli quadri viventi e tu neanche ti premuravi di averne cura.
Darti un nome stupido e pedinare assurdità. Che idiozia.
Ogni volta che torno qui ascolto le risposte delle ombre stratificate di me incastrate nei muri. È come chiamarmi da un altro tempo. È fare una cosa per la prima volta. È uscire comunque anche se in giro non c'è nessuno, neppure io.
Il bosco mi ha abbracciata troppo forte, ecco perché ho tutti questi graffi. I capelli così puliti e le tasche pesanti delle tre domande per te che ho dovuto rimetterci dentro.
Se non può succedere nulla che non sia stato sognato, mi chiedo come mai i finali si dissolvano sempre nella realtà.
Non ascolto neanche troppo bene.
Ma aspetto. Perché qualcuno mi ha detto che tutto poi finisce.
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