Ci hai mai fatto caso che i libri, fino ad un certo punto, ci raccontano delle storie che potrebbero essere le nostre vite di tutti i giorni. Inizi a provare dei sentimenti verso i personaggi, vedi nei loro volti quelli di altre persone che hanno fatto parte di te e arrivi pure a trovarci delle coincidenze significative con l’atto primo di una trama che stai vivendo.Poi però accade sempre una cosa così: uno dei protagonisti si trova a dover risolvere una situazione problematica e, per farlo, prende una decisione – una tra le innumerevoli possibili – e dal quel punto in poi è chiaro a tutti che l’autore ti ha proprio abbandonato. O, peggio ancora: imbrogliato.
E la cosa assurda è che tu un po’ ci hai pure sperato che facesse esattamente così, perché te l’aspettavi – volevi potertelo aspettare - ma per un attimo hai sentito addosso il timore che anche questo personaggio fantastico non ce la facesse ad andare oltre la realtà delle altre strade possibili. Quelle frantumate dal gelo che così scopri che anche l’asfalto può essere rattoppato come una stoffa lacera. Quelle che le persone normali imboccano continuamente ogni giorno, e poi ci chiediamo come mai abbiamo tutti gli stessi sguardi anonimi e gli stessi futuri facilmente prevedibili.
Sono le conseguenze contraddittorie dei finali lieti: lacerati tra l’essere nutrimento primo di tutte le speranze ed i sogni che ci fanno brillare gli occhi e insieme la causa principale dell’insoddisfazione perenne che intrappola la nostra felicità nei ricordi, perché quando l’abbiamo vissuta eravamo troppo impegnati nella nostra corsa forsennata per raggiungerla.
E ci serve a poco essere pienamente consapevoli che anche negli happy ending – a pensarci bene – quelli che festeggiano alla fine sono davvero in pochi. Perché dietro al vissero tutti felici e contenti dei tuoi eroi (solitamente due), c’è sempre almeno una persona che si sta frantumando fino a dissolversi nel bianco nulla che segue l’ultima parola dell’ultima pagina.
Ma la dipendenza di qualcuno che ha fatto delle nostre azioni il motivo della sua felicità o della sua disperazione, il dolore che provochiamo ad un altro troppo fragile che poi ci tocca pure pagarla questa fragilità e sentirci in colpa, la rabbia e il rancore che non sono del tutto rivolti a te ma che a questo punto credi di meritarti per un malato senso del dovere, tutto questo - dicevo - può essere sul serio una giustificazione valida per rinunciare a quello che ti fa stare bene?
No, perché così finiamo davvero per ridurre il valore di un nostro sorriso al diametro della pozzanghera di tutte le lacrime versate da qualcun altro per renderlo possibile. E, non so tu, ma a me sembra una cosa profondamente terribile.
E se è vero che il senso di appartenenza dell’umanità sta nello spartirsi il dolore per non sentirsi inferiore a nessuno, scusatemi tanto, ma io oggi vado a provarci. Così, senza dire niente a nessuno.
Perché, comunque vadano a finire, tutte le storie sono storie d’amore e, al contrario dei personaggi di un libro, qui sta soltanto a noi decidere come viverle.
La felicità, per me, volendo identificarla, coglierla sul vivo, è quell'emozione assoluta che provo quando ascolto certe canzoni o quando il cielo ha un certo colore che mi piace particolarmente. Ogni volta che sento la necessità di condividere tali momenti per materializzarli meglio, mi viene in mente il pensiero di una donna ideale. Ogni volta mi dico che la sconosciuta che da qualche parte è in grado di sentire la mia stessa sensazione nello stesso momento, incarna la felicità. Ma credo che la felicità sia come questa donna, come questa sensazione: è immateriale, non esiste. La felicità, l'avvenire, sono perfetti e perenni sconosciuti, in tutti i sensi del termine. Ad ogni modo, sei solo al mondo, solo con i tuoi sogni. Ma se hai la fortuna di incontrare una donna che, pur non entrandoci niente con tutto questo, per un po' ti fa sognare e pensare alla felicità, è già grandioso.
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