Non pronunciate il suo nome per esteso. Non ancora, vi prego. Non sono in grado di sostenerlo.
Ho imparato ad infilarmi nelle porte troppo strette - non ci rimango più incastrata. Ho imparato ad arrivare in alto senza fiatone - anche se tu riusciresti pure a correre. Ho sorriso e partecipato a cene troppo sontuose. Fatto aperitivi nei posti più squallidi e riempito il silenzio con racconti che non volevo fare.
Ma anche questo no, per favore.
Perché tu avrai sicuramente il tuo motivo e non devi mica spiegarmelo. Mentre io ho il mio e forse indossa solo egoismo di prima scelta, a ben guardare. O assenza formato famiglia.
Però lo sai che ho questa tendenza a toccare le cose. Parole oggetti o gesti che siano. Aggrapparmici come chi cerca tentoni qualcosa per orientarsi nel buio. O nella nebbia nera che è lente a contatto negli occhi.
Ho bisogno che tu possa sorprendermi - e non lo fai. Ho bisogno di non fare più fatica mentre anche questa caduta è stata controllata, programmata a distanza, calcolata. Per il beneficio di chi. E per l'ignoranza di chi altro.
Sono troppo pallida per stare con te. O forse troppo pavida.
E qui comunque fa troppo freddo per capire dove finisce il nostro corpo.
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