Io e te avevamo un punto di partenza. Ed ogni mattina appoggiavamo schiena contro schiena ed iniziavamo a camminare in linea retta, verso direzioni opposte e speculari. Poi ci fermavamo all'esatta distanza - all'estensione massima dell'elastico che ci univa. E lì ci restavamo per un po'.
Alla sera, quindi, ci voltavamo e ci tornavamo incontro. Ogni passo alleggerito dalla trazione naturale del filo che chiedeva riposo. Ogni passo sempre più vicini.
Hai mai sentito il rumore che fanno le foglie nei boschi, quando precipitano sopra altre foglie morte? È uno scrocchiare triste ed improvviso, che mi ha ricordato il suono sordo del mio cuore, tutte le volte che si è schiantato contro il tuo.
I sogni sono una roba molto strana. Allontanano corpi estremamente vicini e ti fanno ritrovare addosso - così vivo da essere vero - un corpo estremamente lontano.
L'elastico reciso che mi penzola tra le gambe è una coda che si impiglia troppo spesso nel mondo. Ma poi ho la musica che ascolto: spodesta l'ossigeno dagli omini rossi e mi circola veloce nel sangue, muovendo ogni singolo pezzo di me.
Questa mattina mi hai regalato loro ed è ancora primavera.
Nel cielo che guardi tu.
Grazie per questi fiori.
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